Toglierti
dalla nicchia, sradicarti dal bordino dorato di un santino che ti fa Madonna di
stelle e lontana anni luce, per invitarti a sedermi di fronte. Che senso ha
inserirmi tra le più alte beatitudini, tra quelli che “crederanno senza vedere”,
se sai bene che ho bisogno di farlo carne questo credo, di farlo ora e futuro
prossimo, e anche passato, nella misura in cui potrò cambiarvi il finale.
Sai quante
volte ti ho immaginato in un semplice abito di cotone… di quelli morbidi che
lasciano intravedere le forme belle, senza accendere pensieri maschi, forme di
donna più che di femmina anche se il tuo sguardo include entrambe. Ti chiamo
perché tu sia in qualche modo di corpo, di voce e respiro, di capelli lunghi e
legati alla nuca, di pelle morbida e soda, di mani semplici, di dita che
conoscano il lavoro duro, senza unghia laccate. È un’impresa, lo so, ma ci
provo ogni volta e a volte succede, succede che io parli e mi sembra di non
parlare a vuoto. Conosco degli scrittori molto bravi a materizzare un semplice
pensiero, e tu, che sei pensiero di fede, dovresti avere più forza e volontà a
renderti presente al mio presente: ne ho blaterate troppe avemaria, ora ti sto
chiamando, per nome e a parole mie …










