LA SCRITTURA COME RISPOSTA CERTA
Quando ho incontrato Angela per la prima volta, mi ha subito raccontato la sua storia personale con la poesia, nata a suo dire dalla “giusta dose di frustrazione” derivante da un lavoro da impiegata. Leggendo in seguito Piccoli forse, l’ultimo “librino” (come lei con candida modestia lo definisce) di Angela Caccia, -ben venga- pensai -la frustrazione impiegatizia, se questi sono i frutti che produce! se anche la morte, limite ineluttabile dell’esistenza, ubriacata da un leggiadro girotondo di parole (lei che si fa beffa di tutti) subisce la beffa, il raggiro della forza eternatrice della poesia. È questa la prima istanza dei suoi versi: urtare il senso della precarietà e l’angoscia della perdita: perdita della bellezza, dell’amore, delle piccole grandi cose che conferiscono senso e sapore alla vita. Una vita che lei, Angela, coltiva tutti i giorni sul suo “grande terrazzo”, mescolando con le sue mani esperte “ai semini lucidi e lisci” anche i sentimenti, vero concime per la felicità. Nella silloge Piccoli forse “il cielo brucia più forte dell’inferno” e l’amore è segreto antidoto alla paura. Il demone del tempo e la sua compagna morte vengono esorcizzati da versi asciutti e netti, in cui un “fiato che parla di bene” e un abbraccio restituiscono alla vita tutto il suo prorompente vigore.
