«E dopo aver
cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.» (Vangelo di Matteo 26, 30ss).
Il passo citato precede il momento in cui Cristo predice non solo il
rinnegamento pietrino, bensì la sua passione e resurrezione. L’inno cantato era
il Salmo dell’Hallel. Il monte degli Ulivi guadagna il senso di luogo concreto
e di luogo simbolico.
Avete mai sentito
all’ombra di un albero di ulivo il mormorio del vento?
Il verso del poeta,
di ogni poeta, ambisce al rumore secco e ventilato fra i rami degli alberi. È
catturare la visione, quanto viene appena intravisto. Qui riscopriamo il suo
ruolo, quello di restituire con trasparenza il senso sfuggente dietro le parole
e dietro le immagini che le parole catturano. La poesia è il passaggio del
vento, agisce come un tornio nella mente di chi l’ascolta. Questa immagine non
può non rievocare L’agave sullo scoglio
di Montale: «O rabido ventare di scirocco | che l’arsiccio terreno gialloverde
| bruci […]»
Il soffio poetico è
uno dei caratteri dominanti della raccolta di versi di Angela Caccia Nel feroce fruscio degli ulivi edito da
Fara Editore. Il fruscio e gli ulivi sono un simbolo, non denotano solo un
percorso, rappresentano la coscienza del sentire. Rappresentano una sorta di
pegno dato al lettore, il quale riceve la cosa più autentica, la più profonda, la
parola anticamente sepolta nel fondo di un ruah interiore. Ritornando alla
domanda di cui sopra, aggiungo: non è mai capitato, nell’ascoltare, di tender
meglio l’orecchio per percepire quanto non fosse evidente all’iniziale
percezione? I versi della nostra autrice portano qualcosa con sé da lontano,
non solo esperienze sfumature impressioni, ma persino silenzio e pensiero, un
invito quindi a tendere l’ascolto. Non rappresenta un paradosso: il silenzio è uno
dei momenti rivelatori della poesia, non presenta contraddizione alcuna se
consideriamo il silenzio la condizione necessaria di una parola maturata,
sentita, spogliata e rivestita di un nuovo abito significativo.