Ci sono
pensieri pervasi da un silenzio che si chiama pudore, timidezza o semplice
discrezione; pensieri che, una volta espressi, continuano a risuonare in chi li
accoglie perché ne riconosce un’eco familiare: parole parlanti. Leggere
Domenico Cipriano equivale ad entrare nelle sue stanze segrete – simili alle
nostre e, molte volte, a noi stessi sconosciute - che, in un verso deciso
eppure così morbido, schiude ad una ad una, a poco a poco.
Già nella
dedica, “a Sofia, il centro del mondo”, si intuisce quale il loro punto di
fuga: un centro che si identifica nell’amore per la figlia – l’amore paterno è
quello più vicino al sacro perché ha estremi irrazionali e imponderabili come
una fede -, non può non irradiarsi all’intero mondo, e diventarne il filtro, un
ponte, l’abbraccio.
Fili, i
versi, che ora si estendono sino a toccare lontananze di affetti così presenti
e vivi
A
mio padre
Si
è raggrumata in sogno
la
sequenza dell’adolescenza
noi
due seduti: tu intento
a
leggere il giornale, io
un
libro, cogliendoci nelle parole,
fermando
quell’istante quotidiano
complici
gli odori della casa
il
calore della stufa a kerosene
e
il velluto a scacchi delle poltrone (…)
