Caro Sergio,
il tuo scritto è di una tale fluidità che si beve in un attimo, pare di sentire la voce del pensiero nel suo svolgersi. Che avessi un'ottima dimestichezza con la parola introspettiva, lo sapevo già...
Hai descritto, abilmente e amabilmente, quello che penso sul - e a cui tendo col -'fare poetico': importante (perché utile terapeutico funzionale), solo se supera l'autocompiacimento verbale, rinuncia alla tentazione di farsi vespasiano di quotidiane turbe e, filamento di realtà, tende a recuperare un equilibrio/armonia che ripristina IL vivere essenziale e si porge, generosa e inconsapevole traccia, al lettore (non so, in coscienza, quanto la mia ci riesca, la tensione c'è tutta).
Il resto è noia; lirica o meno che sia una poesia – se la mia è affetta o baciata da lirismo, non ho colpa nè meriti, fa tutto l’inconscio! -, che non mi fa sentire sulla pelle la fatica dell'autore nel raggiungere quella meta, è noia!
E che il tuo pensiero giunga come luminoso puntale sull'albero, mi fa osare un accostamento, forse blasfemo, tra poiein e maestosità del Natale: entrambi progetti di salvezza, strutturati su una fede che non è infallibile, ma coriacea nel suo tornare e ritornare come grazia instancabile e mistero luminoso, così incarnato nell'umano, da rigenerarlo ogni volta.
Tanta premessa per far intendere quanto sia piena traboccante entusiasta la mia gratitudine a Te.
Angela
