Parole di un’anima … a leggerla, questa silloge, opera prima di Antonio Bevilacqua, ritornano come delle sensazioni: da dietro i vetri guardo la neve
scendere, la ascolto, ogni fiocco si unisce al manto e, toccandolo, pare dia
voce, per attimi, al silenzio assorto di cui è intriso il suo breve viaggio.
Piccole chicche dove la parola è
talmente pesata e dosata che fa subito presa sul lettore -a lui spetta, poi, il
compito di fare i conti con l’emozione rintuzzata e portare a finitura quei
versi, dentro di sé. È la magia della poesia, la sua universalità: se chi la
legge si ritrova, emotivamente gli
appartiene, così diventa quasi un dettaglio il nome dell’autore.
Antonio Bevilacqua, un
giovanottone di Cutro (Calabria), bello ed empatico, è stato attore “ha soggiornato per un periodo a Roma e nella
città eterna ha affinato la sua ispirazione artistica potendo frequentare
registi del calibro di Mimmo Calopresti, Pupi Avati, Pasquale Scimeca –
importante il rapporto col Maestro Vittorio De Seta”. Ma quando -e se- si
approda alla poesia, vuol dire raggiungere la consapevolezza di un’esigenza
-congenita o acquisita nel tempo?... –, quella di avere un rapporto più
profondo con le cose e, soprattutto, con un io che ha tanto da dire, da trovarsi
e scovarsi, decifrare e decifrarsi.
