È come se lanciassimo qualcosa di noi -scardinato dalla nostra struttura
che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale- oltre noi:
sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in
un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene
ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io
che l’ha generato.
È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come
inesplorata, un fiato d’anima -o chi per lei- nell’attimo in cui è stritolata o avvolta da braccia possenti.
Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA
silloge di Angela Angiuli, Storie di un
tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo
acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che -forse … probabilmente… -
non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di
giovane, sorgivo.
Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo
e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro
“Questo libro è stato scritto
per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a
sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo
silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per
l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno
voce per tutto quello che in noi non ha suono”.
