Fa
sempre un certo effetto il “sentirsi raccontati” attraverso i propri versi. Di
fondo, un disagio – il mio primo approccio all’articolo che mi riguarda, ha una
media di un rigo letto e tre no; il secondo, non perde le virgole. È il disagio
di una consapevolezza: aver lasciato in una poesia tracce ineludibili di un sé che,
in un distico, cerca ora una foglia di fico ora un manto di stelle per affrontare
la notte – quando questa si fa montagna e tenta di travolgerti.
Se
poi finisci sotto i riflettori di un altro poeta, magari tra i più fini – uno per
tutti, Cinzia Demi – ti accorgi che non hai
scampo: la tua nudità è stata raccolta tutta, in ogni anfratto e
pulviscolo.
Fortuna
che un poeta ha mani morbide, mani da topografo: non gli servono navigatori, il
poeta che legge un poeta, va a naso, sa dove cercare e trovare il punto di fuga
da cui si stende l’anima.
Il
mio grazie alle preziose mani di CINZIA DEMI.

