La condizione infantile è quella che più spesso ci
sembra di rimpiangere durante il corso della nostra esistenza: la crescita e la
crudezza degli eventi della vita adulta ci spingono costantemente a tornare con
la memoria alle origini di noi stessi e al bisogno di protezione che non
smettiamo mai di patire, e che nel tempo si tramuta in desiderio d’amore. Il
“bimbo di ieri” è dunque la piccola creatura che allattiamo al seno, ma siamo
allo stesso tempo noi stessi che ripercorriamo strade antiche e che regrediamo
verso l’utero primordiale, senza che “il tempo intacchi o deterga” il “richiamo
inappellabile” della sola grande Madre. I versi di Piccoli forse di
Angela Caccia (LietoColle 2017) traducono in poesia questo controverso senso di
maternità e di amore per una terra che ci ha dato la vita (“terra mia terra
/trama, identità, laccio carnale”), e in cui riconosciamo il principio di un
rigenerarsi sempre uguale della natura, di fronte alla finitezza di noi uomini,
vincolati da un’ “equazione” in cui le incognite sono il “suono” e il “mare”,
antichi richiami di un Altrove sconosciuto, da dove proveniamo senza saperlo.
Mentre però noi non siamo più piccoli, e resistiamo nell’ipotesi di
un ritorno impossibile all’infanzia, altre vite nascono e vanno celebrate per
la loro purezza: ecco quindi che la neonata Gaia è rappresentazione della
“bellezza che torna e incanta” e l’immagine del piccolo Michele che prende il
latte dal seno materno è un vero e proprio “schianto della tenerezza”.
