La lettura della silloge di Angela Caccia
“Il tocco abarico del dubbio” consegna
alla memoria, più ancora dei contenuti, la qualità di un linguaggio spesso
innovativo, alto ed elegante al cui ritmo la metafora appare una necessità del
tutto intrinseca. Ogni verso ha quella forza perentoria di un’affermazione a cui si può giungere solo
dopo un’analisi attenta di tutti i frammenti del proprio esistere e dell’esistente
in genere, così come appaiono in quel flusso perenne che scorre dalla vita
verso la morte. L’autrice si sofferma spesso su questo enigmatico limen, infittendo la sua narrazione
poetica di cose e persone scomparse, di assenze che ne frammentano il presente, di attese dolenti
e coraggiose, fino ad immaginare la propria morte come un volo dalla “gabbia di
carne” finalmente aperta.
