Forse
in ognuno di noi, per certo in chi spulcia versi nel fiume in piena del quotidiano
– da cui astrae l’attimo/verso: il picchetto di una consapevolezza che si
stanzia nella memoria e si deposita come un punto fermo -, c’è una parola
ricorrente, camuffata in mille sinonimi, particolarmente amata; oppure un
equivalente: una semplice bizza. Un segreto e ben celato start da cui ripartire quando l’onda cancella tutte le nostre orme
alla battigia? A lei – parola o bizza che sia - le nostre chiavi di riserva:
una mappa per ritrovare le coordinate.
Nel
titolo, I giorni le strade, un implicito richiamo allo scorrere del tempo, e di
noi nel tempo: a ciascuno la sua dose di albe e tramonti sul pezzo di strada circoscritto
dalla nascita alla morte.
Mi
soffermo, in questa silloge, su una poesia in particolare, attraverso cui, a
torto o a ragione, ho filtrato il resto delle liriche.
Da pag. 18
non ho radici
sosto dove sto bene
rubo all’istante il suo significato
consegno ad uno scrigno
ciò che ho avuto
affido al vento ciò che ho dato
poi continuo a nuotare
Poesia
zingara, con tutto il fascino che l’aggettivo implica, che declina in versi l’essere
nomade apolide libera dell’autrice, a dispetto di quanto la vorrebbe
incatenare.
