Una poesia che avanza
non senza qualche pausa, quella di Angela Caccia.
Se pare indugiare, lo
fa per guardarsi brevemente attorno, per poi procedere a colpo sicuro diretta
al bersaglio.
C'è un abisso negli
occhi che si fa orizzonte per chi non può vedere.
Già
Freud invitava a rendersi ciechi artificialmente per poter accedere a ciò che
in altro modo non può essere accessibile. Ne facciamo esperienza comune in
sogno.
Certo
nel verso occorre scegliere le parole giuste, utilizzare i segni d'interpunzione,
operare un montaggio minuzioso delle immagini.
Angela dirige
il lettore ma non lo rende fruitore passivo: se questi ne segue le tracce a
piedi scalzi ben potrà imprimere, se lo vorrà, orme nuove. Ed è la stessa
autrice a invitare a farlo nella splendida dedica iniziale.
Il
primo canto, uno dei migliori dell’intera raccolta, è programmatico: non si
attraversa indenni la vita su questa terra, bisogna fare esperienza del male per
riuscire a tenergli testa ma il dolore che l’accompagna non può essere
addomesticato.
