AOSTA – La
ricerca poetica è ricerca spirituale: il fine della poesia di Angela Caccia è lampante e palese. Nella sua silloge “Nel fruscio feroce degli ulivi”, edito da Fara Editore nel 2013, la
Caccia squaderna la potenza della sua parola poetica nella contemplazione del
metafisico, nella ricerca di evidenti prove dell’esistenza d’un particolare (e
specifico) altrove. Ma ogni prova, ogni dato d’evidenza, è coraggiosamente
vagliato dalla ragione, che non perde mai il suo ruolo di referente ultimo: il
pensiero è filo guida, anche quando le istanze profonde, i richiami più urgenti
oltrepassano il sensoriale, l’empirismo, lo spiegabile e il comunicabile. E la
parola ricerca lo spessore: “Parole parlanti le tue / parole scritte in fuga”;
lo cerca sulla pagina bianca, sul campo d’arare della letteratura: “È campo di
battaglia il foglio”; lo ricerca nella materia più terrestre, nella dimensione
più terrena, quella che è più sincera e naturale: “Parole vere / le più
terrose”. E lo cerca in relazione a un interlocutore, un tu che cambia spesso
forma, come dune nel deserto: se spesso pare la poetessa rivolgersi a Dio,
altre volte chiaramente l’interlocutore è più fisico, maschile, definito nella
sua identità (“Ora sei altro da me / ora sei l’uomo che io sognavo / e tu non
speravi. Ho spinto il tempo / e lui ti ha colmato di sé”).
