“Piccoli forse”. Il poeta
- anzi, la poetessa - qui si fa cantore delle piccole cose, come nei migliori
crepuscolari, come in Guido Gozzano che faceva rimare Nietzsche e camicie e
parlava di
“piccole
cose di pessimo gusto”.
Nella
silloge di Angela Caccia, parimenti, l’osservatore è
minuscolo e si mette a guardare ciò che lo circonda da diverse prospettive.
Ogni sezione del libro ha il suo punto di vista, la sua differente angolazione.
Perché il recinto che ci accoglie conta, influenza la nostra visione del mondo,
intride il nostro animo di smarrimento o, al contrario, di un diffuso
sentimento di amore e appartenenza. Angela si sporge dalla torre campanaria,
dal grande terrazzo - che molti considerano solitudine e dove lei ritrova la
sua dimensione equilibrata in mezzo ai fiori -, dalle sughere e dalle
pietre - che tradiscono un’appartenenza calabra e offrono già, da brevi
pennellate, l’immagine di una natura aspra, severa e affascinante -, e
infine da una casa sull’albero, il sogno di ogni bambino che si annida in noi.
Lo scenario naturale abbraccia il poeta, si fonde con lui in una corazza che
penetra anche l’anima e la fa parlare. E ci sono i colori, vivaci, che riempiono
gli occhi, come l’azzurro, il lilla, e ci sono i fiori, le rose, le margherite,
lo spazio è via via sterminato o piccolo come una aiuola, porto sicuro proprio
per la sua dimensione angusta.
La prima poesia che si incontra contiene la poetica di questa raccolta:
La prima poesia che si incontra contiene la poetica di questa raccolta:
