Già il titolo ha valore tecnematico ed attiva
un'operazione di poesia (Op) a dir poco grandiosa: quella di spalancare nella
mente – come osserva la prefatrice Argentino – la figura poderosa di Omero, il
poeta cieco nel cui canto si trasfuse, non l'universo di fuori, ma quello
concresciuto dentro lui, nel suo buio interiore, ed essendo dunque solo
alimentato dallo spirito, era sempre in via di schiudersi in nuove prospezioni,
in un progressivo attingimento della verità dell'essere, senza devianti
inframmettenze del mondo esterno: ma fuor di contesto, in un lampo la poesia
mostra cosa resti del mondo oggettivato nel comune sguardo, con i cantori tutti
accecati... un silenzio vuoto, una morte vacua, senza neanche i morti: erompe
dentro noi il nulla della fine, senza neanche un'illusione, una speranza. Ma al
risuonare della sua voce vi si soffonde un germinio, una nascenza altra in quel
nulla originatosi, quella di un mondo nuovo, cui non è possibile assimilare
altro sguardo, se non quello, interiore, dei poeti.
