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venerdì 9 febbraio 2018

La poesia non è mai nella parola, ma "in agguato" - di Domenico Alvino



Già il titolo ha valore tecnematico ed attiva un'operazione di poesia (Op) a dir poco grandiosa: quella di spalancare nella mente – come osserva la prefatrice Argentino – la figura poderosa di Omero, il poeta cieco nel cui canto si trasfuse, non l'universo di fuori, ma quello concresciuto dentro lui, nel suo buio interiore, ed essendo dunque solo alimentato dallo spirito, era sempre in via di schiudersi in nuove prospezioni, in un progressivo attingimento della verità dell'essere, senza devianti inframmettenze del mondo esterno: ma fuor di contesto, in un lampo la poesia mostra cosa resti del mondo oggettivato nel comune sguardo, con i cantori tutti accecati... un silenzio vuoto, una morte vacua, senza neanche i morti: erompe dentro noi il nulla della fine, senza neanche un'illusione, una speranza. Ma al risuonare della sua voce vi si soffonde un germinio, una nascenza altra in quel nulla originatosi, quella di un mondo nuovo, cui non è possibile assimilare altro sguardo, se non quello, interiore, dei poeti.