domenica 13 dicembre 2020

BOLOGNA 2020 - PREMIO RENATO GIORGI ED. XXVI

 Segnalata, sezione B “Cantiere” – ANGELA CACCIA con “Sarà servito a qualcosa “.

 Nota critica di Leila Falà

Versi pacati questi di Angela Caccia, che si aprono all’ascolto di movimenti interni dell’animo e li raccontano. La scelta di un linguaggio quotidiano privo di scabrosità stabilisce una relazione di concretezza tangibile nella narrazione, tra l’oggetto narrato e chi scrive. Una certa musicalità e il ritorno di alcuni suoni danno un buon andamento al verso. Si nota l’utilizzo ricorrente e piacevole della sinestesia e dei corsivi, che creano giochi di rimandi. Sono versi maturi, dunque, dove si nota una capacità di maneggiare la parola con buona abilità. Non cercano un’originalità appariscente e formale ma si aprono spesso in visioni e metafore, queste sì originali e ben bilanciate nello svilupparsi di ciascuna composizione.

 


mercoledì 2 settembre 2020

FAGLIA di Alessandro Ramberti



Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. (Patrizia Cavalli)
Che questo, come del resto i precedenti libri,  abbiano ben chiaro l'assioma della Cavalli,  è indiscusso; che il poetare di Alessandro Ramberti sia un vero setaccio a maglie strette in cui scrollare ciottoli e oro per concedere solo alle pepite l'onore del foglio stampato,  è altrettanto assodato.
 Gliel'ho sempre invidiata - a lui, come a pochi altri poeti, così chirurghi del verso-  la cura affettuosa  che ha delle parole: il soppesarne le sillabe  perché ogni termine rimanga sospeso sulle sue stesse ali senza gravare sul contesto; la scelta nella -quasi impercettibile- variazione di significati tra l'uno e l'altro lemma è un tiro con l'arco, spostato di millimetri per centrare il bersaglio.
A voler restare sul sommario, questo è il bene che ritorna in ogni libro di Ramberti.

sabato 29 agosto 2020

MEMORANDUM


 

Non credo
nella bontà di manovre senza
i piccoli passi abituati al cammino
     Non credo alle grandi rivelazioni
-al fortuito si! -scosta ancora nubi
il caduceo del gaglioffo
né Itaca sarebbe miraggio
se un manipolo di sciagurati
non l'avessero sognata così tanto
    Credo che Circe avesse un culo
enorme e denti cariati
che non fosse il mozzafiato di cui
Ulisse cantava - per ricredermi
dovrei indossare i suoi occhi
    che il più grande segreto
sta dove nessuno lo cerca: dietro
palpebre serrate -canta il mio gelsomino
canta da giugno     eppure
c'e' voluto questo piovasco di luna incerta
tra malinconia e ricordo
perché lo ascoltassi
    che in ogni credo ci sia
un margine di errore e riconoscerlo

sabato 4 luglio 2020

Tra Joyce e Omero UN ULISSE QUI, AL TEMPO DEL COVID


- PRIMA PUNTATA

Ieri pomeriggio, intorno le 14
-... Ma a che ora partirà il bus per Cosenza domani?
- Tranquilla, mi informo in qualche agenzia viaggi.
- Non fai prima a consultate internet?
-L'ultima volta ho perso il bus per Bari perché, senza alcun preavviso, era partito 15' prima del previsto.
Purtroppo, anche consultare l'agenzia si rivela un tiro di dadi: l'impiegato all'interno indica come orario le 5,45, l'impiegato in pausa sigaretta, fuori l'ufficio, suggerisce le 6,00, la sera, da una veloce consultazione su internet, risulta che un bus partirà dall'autostazione alle 6.15.
MORALE: stamattina alle 5,40 eravamo in attesa dell'autobus che è partito alle 6.15

- SECONDA PUNTATA

venerdì 1 maggio 2020

Resistere ...



Questo tempo, già tragico di suo, ha un che di avvelenato per chi, attraverso le parole, si accudisce e si prende cura di chi ama; per chi si riconosce in un chiaroscuro e nella stessa volontà di chiarificarlo: rodarsi e scorticarsi all'uso corretto e onesto di parole importanti come preludio ineludibile.
È veleno che oggi tocca tutti o si è costretti a inghiottirlo: toglie ogni sacralità a quelle parole, le smembra con le lame affilate della tendenziosità. E poi le imbalsama: di loro, solo un suono richiama, ancora per poco, le vette, l’interno è impagliato decomposto fetido.
Turarsi le orecchie vale a poco, bendarsi altrettanto: non ci sono protezioni contro il contagio.
I cialtroni confidano in un’immunità da gregge che uniformi a loro e ci renda tutti animali a limite dell’umano o viceversa. Resistere, sta diventando parola debole, ma ad oggi … non si conoscono altri vaccini.




venerdì 17 aprile 2020

A una domanda grande, il tentativo di una risposta



Vorrei, nel mio piccolo, confrontarmi con lo scritto del filosofo Giorgio Agamben.

Così, a fronte del testo di Tucidite con cui inizia il suo articolo, vorrei proporre due personaggi tratti da I Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
Dal raffronto di queste due figure – Don Rodrigo ripiegato sul suo terrore della morte e Padre Cristoforo a cui addolora la sofferenza e la morte dell’altro, più che della sua - all'incredulità insita nella domanda del Filosofo: Com'è potuto avvenire che un intero paese sia, senza accorgersene, eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?
E mi chiedo, di quale crollo stiamo parlando che non fosse già insito nel vivere quotidiano? Chi -e lo sottolineo, CHI- di fronte una pandemia ha riscoperto i tanti don Rodrigo che sciacallano allegramente ad ogni succulenta occasione e, di rimando, i tanti Padre Cristoforo che ci rimettono le penne perché incapaci di non tendere la mano al prossimo?

venerdì 3 aprile 2020

Gentile Professor Conte


Gentile Professor Conte,

mi scusi sin da ora se questa mia ha la fantasia e l’ardire di distoglierla da cose molto importanti.
Quand'ero piccola, sui vetri appannati della finestra disegnavo col dito i contorni di monti lontani e innevati che mi si paravano davanti, mi illudevo di toccarli ma li sentivo più vicini: con lo stesso spirito, oggi le scrivo. Non so ancora, non credo vorrò firmare queste parole che ritengo -presumo- siano e saranno le parole di tanti.

A me fa male vedere, sentire questa mia terra -Crotone e la Calabria tutta- come ‘dimenticata’ dal resto della nazione: dimenticata nelle sue sofferenze e povertà; nei suoi tanti splendori che, non solo la natura, ma anche una storia grande ci prodigano; nelle tante forme d’arte che pullulano e si nutrono di tutto il bello che le circonda.

venerdì 28 febbraio 2020

Gentile Prof. Odifreddi



Gentile Prof. Odifreddi,


chi le scrive è una “pulce con la tosse”, così pulce da sapere che queste parole non arriveranno mai al suo orecchio - ma servono comunque a me -, una pulce che ha raggranellato qualcosa da un fondo di pochezza e gliela vuole porgere in “amicizia”. Magari, sceglierà lei da quale verbo greco far discendere il virgolettato -avrà di certo letto Florenskij e la carrellata di etimologie che prodiga a questo termine nel suo libro. Potremmo convenire -della serie: io me la canto e io me la suono :-)- di rimanere nei pressi di filein e ritrovarci entrambi in una sorta di bonaria inclinazione al bene e, quindi, a lottare per il nostro bene, dove “nostro” include un io che ha a cuore il bene del tu perché, al di fuori, non ci sarebbe un nostro).

E vengo subito al punto: quel Medioevo in cui catapulta il Papa -e, in genere, chi crede-, è lo stesso Medio Evo che abita lei!
La differenza?...

sabato 22 febbraio 2020

Camminamento n. 11 - Claudia Piccinno


CAMMINAMENTI

trincee o scavi, comunicazioni tra opere
fortificate e le immediate retrovie (… praticamente Poeti)


Camminamento n. 11 - Claudia Piccinno



La parola, e quella poetica soprattutto, è qualcosa con cui coprirsi quando ti sembra di aver perso la pelle, e sei esposta e sei fragile: nuda.

Così diceva Testori -l’ho ascoltato di recente in una sua vecchia intervista -, se non sai metterti a nudo, non vale la pena scrivere. Ma perché si decanta sempre e solo e tanta nudità?...

Chissà, forse -al di là del fatto che sia, comunque, una garanzia di autenticità, e questa, il salvacondotto per rendersi familiare al lettore-, restare nudi a sé e agli altri, è la crepa che più ci accomuna. Un capirsi attraverso -non tanto la parola in sé- quanto quel particolare scambio termico che si attua in quel preciso frangente. Uno spazio - un momento - in cui due nudità sono perfettamente sovrapponibili, dove tutti siamo uguali, tutti parliamo la stessa lingua, diamo ai silenzi lo stesso colore, un dire che si rivela un dirsi quando il lettore avverte la propria mano stringersi salda al quella del poeta … è la poesia di Claudia Piccinno.

A domanda, ha risposto ...