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giovedì 4 giugno 2015

Le giuste dosi - note di lettura di Paolo Polvani



Dalla Rivista on lineVERSANTE RIPIDO



Un libro di poesia è un’occasione per cacciarsi negli anfratti di un paesaggio sentimentale e conoscere o ri-conoscere sentimenti, muovere i propri passi in un territorio nuovo, sostare davanti a esperienze, scoprire geografie che non immaginavamo, imbatterci in vedute che a volte destano meraviglia, sono autentici scossoni, a volte risultano invece prevedibili, e tuttavia comunque entrare nei versi è l’inizio di una circumnavigazione di una personalità poetica, è assumere il suo punto di vista, prendere in prestito uno sguardo, in definitiva un giro turistico nelle terre dell’immaginazione e della creazione. Ma perché tutto questo funzioni è necessario che il linguaggio funzioni, possieda la giusta effervescenza, risulti nuovo, fresco, appetitoso, faccia venire voglia di assaggiarlo, e di ritornarci più volte, scateni un’energia, dia una scossa. Per raggiungere tale risultato è necessario un alto grado di artificio unito a un alto tasso di sincerità. Indubbiamente sincerità e artificio sembrerebbero elementi contraddittori. Sarà bene intendersi sulla parola artificio: non sta qui per trucco, illusionismo, va inteso invece come abilità, tecnica, mestiere, uso sapiente del mezzo linguistico, capacità di governare il linguaggio, di sfruttarne le potenzialità, di farne risaltare i colori e i sapori. Di utilizzare la materia prima della poesia, cioè la lingua, al massimo grado della resa. E per sincerità indubbiamente la capacità di mettersi a nudo, ma anche quella fluidità espressiva che deriva dal sentirsi a proprio agio nei versi, dal raggiungere una perfetta aderenza tra lo scorrere dei versi e la realizzazione di un intento. Qual è la giusta misura di questi ingredienti ? Esiste forse un dosaggio ottimale ?