Dalla Rivista on lineVERSANTE RIPIDO
Un libro di poesia è
un’occasione per cacciarsi negli anfratti di un paesaggio sentimentale e
conoscere o ri-conoscere sentimenti, muovere i propri passi in un territorio
nuovo, sostare davanti a esperienze, scoprire geografie che non immaginavamo,
imbatterci in vedute che a volte destano meraviglia, sono autentici scossoni, a
volte risultano invece prevedibili, e tuttavia comunque entrare nei versi è
l’inizio di una circumnavigazione di una personalità poetica, è assumere il suo
punto di vista, prendere in prestito uno sguardo, in definitiva un giro
turistico nelle terre dell’immaginazione e della creazione. Ma perché tutto
questo funzioni è necessario che il linguaggio funzioni, possieda la giusta
effervescenza, risulti nuovo, fresco, appetitoso, faccia venire voglia di
assaggiarlo, e di ritornarci più volte, scateni un’energia, dia una scossa. Per
raggiungere tale risultato è necessario un alto grado di artificio unito a un
alto tasso di sincerità. Indubbiamente sincerità e artificio sembrerebbero
elementi contraddittori. Sarà bene intendersi sulla parola artificio: non sta
qui per trucco, illusionismo, va inteso invece come abilità, tecnica, mestiere,
uso sapiente del mezzo linguistico, capacità di governare il linguaggio, di
sfruttarne le potenzialità, di farne risaltare i colori e i sapori. Di
utilizzare la materia prima della poesia, cioè la lingua, al massimo grado
della resa. E per sincerità indubbiamente la capacità di mettersi a nudo, ma
anche quella fluidità espressiva che deriva dal sentirsi a proprio agio nei
versi, dal raggiungere una perfetta aderenza tra lo scorrere dei versi e la
realizzazione di un intento. Qual è la giusta misura di questi ingredienti ?
Esiste forse un dosaggio ottimale ?

