Mi
convinco sempre più che una nota di lettura -o recensione che sia - non è altro
che il tentativo di trovare il bandolo di fili sospesi ma solo apparentemente.
Di fatto, sono tenuti insieme da
una parola, riflesso che assomma un passato più o meno recente; una parola
chiave che li lega e che si ripropone, in modo più o meno inconscio, come un
mandala dalle tante sfaccettature.
Trovarla – così come sbagliarla o
eluderla – è affare di vissuto: quanto quei versi leggono chi li
legge, dove lo rimbalzano, chi, tra poeta e lettore, è avanti o indietro di un
passo nella vita.
Certo, la scrittura in genere è
la volontà di mettere tutte le carte in tavola e tentare di fare chiarezza, o
per dirla con le parole del Nobel Annie Ernaux
la mancanza di senso di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive
moltiplica le possibilità di scrittura.
E forse sarà una prerogativa del poeta – e di Maria Allo –quella di
sapersi dare coraggio, trovare le parole giuste a consolarsi e, così,
implicitamente, concedersi il tempo di adattarsi all’ostacolo (da pag.23)