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giovedì 16 maggio 2013

Tra quel fruscio feroce degli ulivi - Recensione di Lorenzo Spurio


Lorenzo Spurio, tre  connotazioni precise individuano questo poeta e scrittore poliedrico: passione, tanta, passo sicuro, meta scontata.

A lui il mio GRAZIE.


Dal  Blog Letteratura e Cultura




Il tempo è un oceano inclemente
separa la battigia dall’orizzonte (p. 38).


 Che cosa si nasconderà tra quel “fruscio feroce degli ulivi”? E’ la primissima cosa che mi sono domandato, libro alla mano, prima di avventurarmi in questa curiosa lettura. E, soprattutto, perché il fruscio è “feroce”? Ho immaginato scenari paesaggistici estremi dove la natura si manifestava con forza ed energia tanto da motivare un fruscio “feroce”, qualcosa del tipo rintracciabile in passi di romanzi di Thomas Hardy o Jack London. Il percorso interpretativo, però, era sbagliato.

Questo libro, che si apre con una preziosa nota introduttiva scritta da Davide Rondoni, si compone di sessantatre poesie che, pur condividendo un progetto concettuale che le unisce, possono essere suddivise in vari sotto-temi: si notano, infatti, poesie dal chiaro intento sociale e che si focalizzano, quindi, su comportamenti/usi diffusi nella nostra contemporaneità (“Facebook”) e di eventi storicizzati (“Anno 2012”, “Lettera alla mafia”, “A Giovanni Paolo II”), c’è poi una attenzione sull’atto poetico (quei “coriandoli di idee”, p. 24) come creazione dove la poetessa confida il legame che la unisce alla letteratura, alle aspirazioni e  influenze (“Autobiografia”, “Ho letto Borges”) e in ogni caso il tutto è condito da elementi che riconducono alla natura, soprattutto vegetale (l’ulivo, ad esempio) e la natura nel suo divenire (l’alba e il crepuscolo), ma che richiamano anche il mito classico come nel caso di “L’eco”. Gli accurati e mai pedanti riferimenti paesaggistici hanno di certo un legame stretto della poetessa con la sua terra originaria, che in queste liriche viene affrescata talvolta in maniera colorata, altre volte con un cromatismo sbiadito: “Vivo l’oggi e/ il passato è già un magnete/ il paesello natio a cui si torna” (p. 22). Una sorta di manifesto della poetica della donna è contenuto il “Parole in fuga” il cui titolo sembrerebbe un rimando alla poetica avanguardistica di inizio secolo del ‘900, in realtà qui Angela Caccia esplica il suo rapporto con la Parola: “Parole parlanti le tue/ parole scritte in fuga// corrono scalze/ su frescure di sabbia tersa” (p. 19). Il linguaggio è a tratti evocativo, a tratti volutamente scarnificato e acuminato (“fruscio feroce”, p. 13; “ossario di parole”, p. 14).