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venerdì 29 dicembre 2017

Le parole sono «stanze dell'umano» - Guglielmo Peralta



     
      Il titolo di questa silloge poetica di Angela Caccia ci sorprende per la sua emblematicità. È un'affermazione categorica, che può lasciare, all'inizio, perplessi e con una domanda inevasa, sospesa e da soddisfare. Esso, addirittura, potrebbe sembrare un'aporia se non fosse una metafora e, in quanto tale, è paradigmatico e indicativo del "miracolo" della creazione, che dà la vista ai "ciechi", cioè ai poeti o cantori. Si tratta, dunque, di un titolo che può apparire "eretico", assurdo, impraticabile e che sembra negare, contraddire quel suo insito significato.  La "cecità" dei cantori è la loro vista interiore, la condizione necessaria affinché possano cantare, cioè sognare. Perché il canto è il sogno, la visione che si concede al loro sguardo e che non ha bisogno degli occhi. Se, dunque, i cantori possono fare a meno degli occhi, quale senso dare a quell'imperativo che li vuole ciechi, se non quello di sottolineare quanto la capacità immaginativa renda inutili e superflui i loro organi preposti alla vista; quanto la cecità sia ininfluente sul potere visionario dello sguardo e finisca, anzi, per esaltarlo. Non fu forse cieco Omero? E quale esempio migliore della sua cecità, che non gli impedì di essere poeta e vate! Sì. Bisogna essere ciechi per vedere. Perché il canto impone, anche a chi gode di un'ottima vista, di mettere il mondo in parentesi, affinché su questa sospensione si apra lo spettacolo oltre le quinte dell'occhio. Dunque, "Accecate i cantori" è l'esortazione ad "addormentare" i sensi e proclama il primato dell'immaginazione sulla percezione visiva.