Da LUCANIART MAGAZINE - Recensione di Maria Allo
Ti direi che è facile vuotare
le parole conoscerne il lato
ghiacciato
o l’alveare assopito – alcune
a deviarne una sillaba
tornano crepe
(p.59)
Per fare, come per comprendere l’arte, una cosa è, prima di ogni altra, necessaria: avere conservata in noi la nostra infanzia, filtrata dal recupero memoriale che tutto il processo della vita tende, d’altra parte a distruggere. La nuova raccolta poetica di Angela Caccia, L’alveare assopito,rispecchia subito il rapporto tra maturità e infanziae tra madre-figlia che si configura come emblema dell’universo femminile, ( “Lei – io – / mi guarda vispa da una foto/ non so chi delle due /sia più curiosa dell’incontro” “…vorrei rassicurarla/ che i ricordi non muoiono/ s’addormentano vigili/ Io so di lei / la ricordo!”)capace di mantenere un forte legame con le proprie radici e, in forma di confessione, capace di liberare i lati oscuri dell’anima, dando loro quella forma razionale che sola può fare dal caos dell’inconscio.”Avesse un rumore la solitudine/ sarebbe di silenzio/ e quello di una stanza d’albergo non dà eco/ eppure/ avanzano tamburi al suono di neve/ Chiusa la porta nessun segno a chi sei/ a chi eri – “(p. 21).La riflessione,prendendo spunto da un episodio vissuto,mostra, attraverso la sensazione dell’autrice, come sia possibile far parlare le cose che ci circondano filtrate in modo che la realtà interiore e quella esterna si mescolano e il confine tra io e mondo, come accade nella poesia simbolista, diventa estremamente labile.
