“… come Giacobbe e la sua anca rotta / poter lottare col proprio Angelo / per
guadagnarsi un nome” (p. 11): con questa biblica terzina si chiude la prima
poesia della raccolta. In quella successiva troviamo, in riferimento alla condizione
umana: “la bandiera che ora si ammaina e / ora si innalza” (p. 12). A p.
13, nella terza poesia, occhieggia il verso eponimo: “Scritta a mano / di
lentissimo azzurro / (…) / Tra scritto e ricordo / il nostro tempo scaduto / ci
sono fiori che invecchiano in un giorno / e ricordi / che sfuggono le notti per
farsi transiti / piccole vertigini di un lontano / da cui non si guarisce”.
Angela sa che “la verità / viaggia su auto di seconda mano” (p. 16); “che la
parola è concava / sorride di sé – e di te - / e continua a galleggiare nei
suoi silenzi.” (p. 17). Ha uno sguardo “sempre / in bilico / tra gli occhi in
avanti e il cuore in ritardo” (p. 35) che inquadra i momenti, i fatti (anche
tragici) e li ”sorprende” facendoci sussultare: “le statue a mezzogiorno che /
vibrano sull’asfalto e pare / sudino anche loro.” (p. 19); “ma solo al
largo / nei cerchi d’acqua più cristallina / risuona ancora il grido annegato”
(p. 23, ricordando il naufragio di Cutro); “La vita si è fatta fuga in un
attimo / nessun verso viene più in pace” (p. 26).
Queste pagine sono un dialogo serrato con il vissuto, la realtà, il proprio
fare poesia che “… è pane leggero / – rosa / sosta in due sillabe di bellezza”
e ci fa essere “… grati / all’abitudine del vento che sposta / al sole il
canto degli uccelli” (p. 28), che l’ ”… estate è fiducia che le crepe
fioriscano” (p. 32), che ”Siamo terra / suoi e tuoi tragici intagli – altrimenti /
resta la forma dei nostri desideri – / insieme / solo
nell’inconfessato pensiero / di saperci / tutti / nello stesso Caravaggio
/ tutti in quel dito / che trema / e sposta la pelle di Te risorto” (p. 34);
”fossi di silenzio / mi poserei sulle cose ricche di tempo” (p. 36).
Il messaggio della poetessa di Cutro è apocalittico, rivelatore, svelante.
Coglie i segni di cui la vita è ricolma (se apriamo gli occhi) e ce li offre
vividi perché li ha attraversati. Si fa compagna al nostro cammino con l’umiltà
di chi sa di essere come noi un’anima pellegrina, senza alcuna verità in tasca,
ma capace di farle spazio e di scoprirla negli altri con la pazienza azzurrina
delle sue dita che modellano l’argilla con la maestria di chi ama.
Ancora qualche
lacerto: “Mi pesa la parte di me ferita che / carico ogni giorno sulle spalle /
con la stessa cura di Enea per Anchise” (p. 39); “Siamo come questo papavero: /
solo un sobbalzo nel giallo del grano” (p. 40); “si delineano distanze tra noi /
e un plotone di vuoto – le accorcia” (p. 46); “il nostro imperfetto accade” (p.
66). Quest’ultimo verso, che chiude la raccolta, mi fa brillare il cuore.
PS Il titolo di
questa recensione è tratto dalla dedica iniziale.