sabato 28 aprile 2018

Roccabernarda, 27 aprile 2018. Scuola Elementare






Ieri ero a Roccabernarda. Invitata da un’amica, Teresa Gallo, per “mostrarmi” in carne e ossa -ahimè, più carne che ossa! – ai suoi alunni che, avendo seguito nell'anno un laborioso corso di poesia, ora sono convinti che esistano solo poeti morti.
 Di fatto, quelli laureati sono per lo più defunti, ma di viventi ne esistono eccome. Io, collocata tra questi indegnamente, per qualche storta sillaba riuscita, ma soprattutto per l’affetto di un’amicizia e per la vicinanza dei due territori, Roccabernarda e Crotone dove risiedo.

Ci ospita una stanza chiamata biblioteca dov'è rimasto un sapore di libri -una sorta di pensatoio come quello indicato da Aristofane nelle Nuvole-, io seduta al centro, due insegnanti -Teresa Gallo e Rosa Palma Iaquinta- e loro, i bambini della IV-A, in semicerchio: occhietti che mi frugavano ovunque. Con garbo, uno alla volta mi porgono il benvenuto, alcuni mi anticipano che hanno delle domande. Di fatto, un terzo grado nel corso del quale ho sentito – considerato l’uditorio ultra minorenne- tutta la difficoltà di esprimermi su argomenti come creatività ispirazione inconscio infinito e compagnia a briscola.

Ballonzolando un po’ sul sediolino hanno avuto la pazienza di ascoltarmi sino alla fine; uno spettacolo di bocchette aperte e occhi sgranati quando mi servivo di aneddoti colorandoli di favoletta; cercavo di coinvolgerli con domande ed era una corsa di mani alzate. Lo strabiliante erano gli sguardi: densi, continuavano a bermi. Per certo, non avranno compreso appieno i concetti, ma si avvertiva in loro uno spazio molto ben lavorato e, prima o poi, pronto ad accoglierli. Alcuni hanno declamando miei versi: credetemi se dico che avrebbero messo al tappeto attori che si ritengono professionisti -di fatto, cani.

Non so spiegarvi la bellezza di questo manipolo di freschezze. Qui non si distingueva il figlio del professionista da quello dell’operaio; tutti avevano ben chiaro che qualcosa in loro affratella, va maneggiata con cura, nutrita con costanza; che c’è una vocina da ascoltare per camminare la strada giusta, che senza quella non si diventa uomini e donne del proprio tempo. Lasciatemelo dire – non avrei titolo, non sono insegnante ma, in me e per me, parla l’alunna bambina di un tempo e la madre di dopo- non è cosa da tutti insegnare
Anche se professione, resta la missione specifica di chi ha imparato che CURARE è voce del verbo AMARE. Buona o cattiva scuola, il vero insegnante sa che non è chiamato a raffazzonare un gomitolo di nozioni nell'alunno del momento, ma a diventare un pezzo d’anima nella storia di un uomo.
Chi non è in grado di tali fatiche e di cotanta vetta, si faccia da parte!

Volevo raccontarvi di una meraviglia e l’ho fatto.
Una di quelle in cui inciampi e ne apprezzi il ristoro perché lenimento a qualcosa di diametralmente opposto qual è la delusione di questi tempi: non si capisce che fine abbia fatto l’autorevolezza genitoriale, la dignità di un insegnante, quale alambicco sia questa scuola che sarà per sempre vittima e carnefice, se non è in grado di cancellare il bullo nel ragazzo e distillarne l’uomo.

In tempi come questi, una meraviglia fa ben sperare.
Si aggiunga che Roccabernarda è paese difficile dove sono marcati i due fronti: giustizia-legalità e non, terra di lotte reali con uno dei due contendenti che vive solo dell’ombra. Ciò che è stato fatto grazie ad un’insegnante, è grande e meritevole a prescindere, ma in una realtà come quella appena descritta, diventa qualcosa di superbo: il messaggio buono si fa voce in un bambino, e il bambino si fa buon seme nella famiglia.

Esco dalla scuola. 
Due mamme attendono la fine della lezione per ricondurre a casa la figliolanza 
“Sapeste quant’erano elettrizzati i bambini all’idea di incontrarla! …”
Ho sorriso: sapessero loro la mia gratitudine!...