venerdì 5 giugno 2026

Le stagioni dell'ebrezza di Emanuela Dalla Libera - nota di lettura

 

Fin dal titolo della silloge, Le stagioni dell’ebbrezza, Emanuela Dalla Libera dichiara i confini del proprio territorio: uno spazio in cui misurare e accogliere gli stati di alterazione e i picchi dell'esistere. Sostanza incandescente.

Eppure, davanti a una materia così viva, l’approccio alla sua poesia appare, se non facile, profondamente naturale - quasi istintuale. Si avverte subito una sorta di empatia con la voce autoriale, un'immediatezza che a uno sguardo più attento potrebbe persino stupire: il linguaggio si rivela infatti raffinato, il dire colto, e il pensiero spazia con agilità tra riferimenti filosofici complessi. C’è nel costrutto una sapiente architettura che, tuttavia, non risulta mai respingente. Cosa genera, allora, questa immediata familiarità?

La cifra stilistica di Dalla Libera non è mai ostentazione, ma una forma di estrema cortesia: mette la propria cultura al servizio dell'emozione, offrendo una struttura solida per arginare e contenere il disordine del dolore. Così, la visita alla tomba del padre o l'incontro con l'emarginato Yusuf diventano stazioni di una via crucis laica. In questo, la poetessa sembra sposare la visione di Vittorio Sereni: il dramma privato non resta chiuso nel perimetro del lutto familiare, ma si apre alla Storia e al destino degli ultimi.

A un primo acchito, la raffinatezza formale e il perfetto layout visivo di ogni lirica potrebbero indurre ad assimilare questo fare poesia ai “Poeti del Come” — secondo la distinzione di Ana Blandiana, tra le più importanti e note voci della poesia rumena contemporanea. Per questa categoria, la ricerca si focalizza sulla struttura e sulla manipolazione della parola come fine ultimo: la poesia “accade” nell'istante della sua creazione, differenziandosi dai “Poeti del Cosa”, per i quali il testo è un contenitore di un'emozione o di un'idea preesistente che attende solo di essere trasmessa.

Nulla di più ingannevole: la forza di questa scrittura risiede proprio nel superamento della dicotomia proposta dalla Blandiana. In Emanuela Dalla Libera, il "come" e il "cosa" non sono binari paralleli, ma fili che si intrecciano - si inseguono, si alternano, a tratti si urtano - per formare un unico tessuto. Il rigore del "come" agisce qui come un argine necessario che dà dignità e misura al "cosa", permettendo a chi legge di abitare quel fondamentale spazio di riflessione (breathing room) in cui il significato può finalmente risuonare.

È un concetto che richiama Paul Valéry, quando indica, proprio in quel piccolo scarto tra significato e significante, il momento sorgivo dell’evocazione. Questa dinamica di inseguimento genera una compiutezza rara di significato e canto: un’esperienza percettiva totale dove il lettore non distingue più se a colpirlo sia la bellezza del verso o la profondità del pensiero.

In questo equilibrio si compie, pur nella sua inesauribile apertura, la poesia di Emanuela Dalla Libera.



Prologo


Io ti dirò cos’è rimasto del solco

tracciato sulla terra delle mie

stagioni antiche. Ti dirò com’è

arso il sole sui giorni di cui

non resta traccia all’universo,

rimasti nelle trame dentro al cuore.

E ti dirò delle mani stanche

a sostener la vita, sentirla cadere

di giorno in giorno dalle spalle,

oltre i campi arsi e il fiume

silenzioso, a cercare altre terre

da solcare, altre terre da dimenticare.

Ti dirò com’è breve il tempo

che separa la mia dalla tua voce

e come un sussulto tracimi

dai sogni nelle notti senza quiete,

come ti abbia sempre accanto

in questo dormiveglia, e come

un pianto e null’altro resti

di angoli appartenuti, ora che tutto

torna nella memoria affaticata,

ora che tutto torna e di lontano vive.


Ad altra sponda

 

Ho abitato una casa di silenzio

lungo l’argine del fiume, al di là

i colli, sponde al nulla e al cielo,

si aprivano i balconi sui monti azzurri

all’orizzonte, sull’infinito inafferrabile

dei mondi. Aprile profumava d’api

e di fogliame, l’estate vibrava sui campi

deserti alla controra, sulle zolle polverose

vuote di parole che l’autunno rivestiva

di memorie nel cadere delle foglie

e della luce, nel vibrare della terra

sulle croci. Ma era l’inverno a essermi fedele.

Tornava con la neve nelle tasche e la nebbia

dentro l’aspersorio per spargere dintorno

assenza di confini, per togliere i contorni

alla penuria delle case, coprire di oblio

l’anelito alle voci. Riempivo il nulla

di forme assenti alla mia vita, di labili figure

e passi nella neve, immaginavo storie

a confortare il tempo, illimpidire il velo

che mi stringeva intorno, aprendo

nella mente un varco e un lume.

Il niente rimaneva nella gola,

lo trascinava il fiume ad altra sponda. 


A volte, mentre vado camminando

 

A volte, mentre vado camminando

sul poggio tra gli ulivi, la macchia

fitta e il cielo chiaro, sento una quiete

prendermi di nulla, un vuoto di memoria

e di fatica e come unonda lenta

accompagnarmi al fianco, un suono

di silenzio, un moto lieve daria.

E in questo mio andare cieco

alla deriva, in questo mio vivere

schivo della folla, non ha più spazio

il tempo, accarezzo andando

la scorza antica di un ulivo,

il ramo arcuato di una quercia,

il fiore nato in una crepa.

E sciogliendo alla mente lombre

e allanima i confini, sento piena

la vita nellebbrezza di un momento,

nel vento una carezza, e nello stormire

tenue delle foglie, nel flettersi dellerba

e degli steli, il dolore scivolare dalle mani,

svanire nellazzurro ogni soffrire.


Leggère le mie parole

 

Leggère le mie parole nella sera,

scivolano dai rami storti degli ulivi

nell’erba umida di voci, rimbalzano

sui sassi dove si annidano le lucertole

al morire delle estati, sciogliendo

dalle ore del mattino le braci di pensieri

inceneriti, gli sguardi storpi lungo i margini

del tempo e, come pecore all’ovile,

addormentano le sagome incerte dei gesti

disseminati nel perimetro del giorno.

Leggère le mie parole nella sera,

distillano il tormento offerto all’esistenza,

nel vento sfiatano l’eccesso di rumore

chiudendo pagine sgranate con pazienza

e al buio che tracima affidano la danza

di una cantilena lenta, in una sfocata

riga la trama di ogni pena.


Lo senti questo vento?

 

Lo senti questo vento? S’incaglia

tra le fronde aspettando che scenda

la notte per togliere la polvere

alle soglie, le foglie morte, i petali

appassiti alle rose. Per togliere

il tempo di prima, il rumore di prima.

Da questo silenzio, da questa marea ossuta,

traggo musiche che nessuno sente.

Non svegliarmi, lasciami in questo

perduto sogno che sia possibile

il rifiorire dell’anima, il candore dei giorni.

Lascia che mi si allarghino dentro

spazi disabitati. Li riempirò di sagome

di vento, di respiri d’acqua, di solchi di cielo.

Li riempirò di ciò che non è mai accaduto.