Fin dal titolo della silloge, Le stagioni dell’ebbrezza, Emanuela Dalla Libera dichiara i confini del proprio territorio: uno spazio in cui misurare e accogliere gli stati di alterazione e i picchi dell'esistere. Sostanza incandescente.
Eppure, davanti a una materia
così viva, l’approccio alla sua poesia appare, se non facile, profondamente
naturale - quasi istintuale. Si avverte subito una sorta di empatia con la voce
autoriale, un'immediatezza che a uno sguardo più attento potrebbe persino
stupire: il linguaggio si rivela infatti raffinato, il dire colto, e il
pensiero spazia con agilità tra riferimenti filosofici complessi. C’è nel
costrutto una sapiente architettura che, tuttavia, non risulta mai respingente.
Cosa genera, allora, questa immediata familiarità?
La cifra stilistica di Dalla
Libera non è mai ostentazione, ma una forma di estrema cortesia: mette
la propria cultura al servizio dell'emozione, offrendo una struttura solida per
arginare e contenere il disordine del dolore. Così, la visita alla tomba del
padre o l'incontro con l'emarginato Yusuf diventano stazioni di una via
crucis laica. In questo, la poetessa sembra sposare la visione di Vittorio
Sereni: il dramma privato non resta chiuso nel perimetro del lutto familiare,
ma si apre alla Storia e al destino degli ultimi.
A un primo acchito, la
raffinatezza formale e il perfetto layout visivo di ogni lirica
potrebbero indurre ad assimilare questo fare poesia ai “Poeti del Come”
— secondo la distinzione di Ana Blandiana, tra le più importanti e note voci
della poesia rumena contemporanea. Per questa categoria, la ricerca si
focalizza sulla struttura e sulla manipolazione della parola come fine ultimo:
la poesia “accade” nell'istante della sua creazione, differenziandosi dai “Poeti
del Cosa”, per i quali il testo è un contenitore di un'emozione o di
un'idea preesistente che attende solo di essere trasmessa.
Nulla di più ingannevole: la
forza di questa scrittura risiede proprio nel superamento della dicotomia
proposta dalla Blandiana. In Emanuela Dalla Libera, il "come" e il
"cosa" non sono binari paralleli, ma fili che si intrecciano - si
inseguono, si alternano, a tratti si urtano - per formare un unico tessuto. Il
rigore del "come" agisce qui come un argine necessario che dà dignità
e misura al "cosa", permettendo a chi legge di abitare quel
fondamentale spazio di riflessione (breathing room) in cui il significato
può finalmente risuonare.
È un concetto che richiama Paul
Valéry, quando indica, proprio in quel piccolo scarto tra significato e
significante, il momento sorgivo dell’evocazione. Questa dinamica di
inseguimento genera una compiutezza rara di significato e canto:
un’esperienza percettiva totale dove il lettore non distingue più se a colpirlo
sia la bellezza del verso o la profondità del pensiero.
In questo equilibrio si compie, pur nella sua inesauribile
apertura, la poesia di Emanuela Dalla Libera.
Prologo
Io ti dirò cos’è rimasto del solco
tracciato sulla terra delle mie
stagioni antiche. Ti dirò com’è
arso il sole sui giorni di cui
non resta traccia all’universo,
rimasti nelle trame dentro al cuore.
E ti dirò delle mani stanche
a sostener la vita, sentirla cadere
di giorno in giorno dalle spalle,
oltre i campi arsi e il fiume
silenzioso, a cercare altre terre
da solcare, altre terre da dimenticare.
Ti dirò com’è breve il tempo
che separa la mia dalla tua voce
e come un sussulto tracimi
dai sogni nelle notti senza quiete,
come ti abbia sempre accanto
in questo dormiveglia, e come
un pianto e null’altro resti
di angoli appartenuti, ora che tutto
torna nella memoria affaticata,
ora che tutto torna e di lontano vive.
Ad altra sponda
Ho abitato una casa di silenzio
lungo l’argine del fiume, al di là
i colli, sponde al nulla e al cielo,
si aprivano i balconi sui monti azzurri
all’orizzonte, sull’infinito inafferrabile
dei mondi. Aprile profumava d’api
e di fogliame, l’estate vibrava sui campi
deserti alla controra, sulle zolle polverose
vuote di parole che l’autunno rivestiva
di memorie nel cadere delle foglie
e della luce, nel vibrare della terra
sulle croci. Ma era l’inverno a essermi fedele.
Tornava con la neve nelle tasche e la nebbia
dentro l’aspersorio per spargere dintorno
assenza di confini, per togliere i contorni
alla penuria delle case, coprire di oblio
l’anelito alle voci. Riempivo il nulla
di forme assenti alla mia vita, di labili figure
e passi nella neve, immaginavo storie
a confortare il tempo, illimpidire il velo
che mi stringeva intorno, aprendo
nella mente un varco e un lume.
Il niente rimaneva nella gola,
A volte, mentre vado camminando
A volte, mentre vado camminando
sul poggio tra gli ulivi, la macchia
fitta e il cielo chiaro, sento una quiete
prendermi di nulla, un vuoto di memoria
e di fatica e come un’onda lenta
accompagnarmi al fianco, un suono
di silenzio, un moto lieve d’aria.
E in questo mio andare cieco
alla deriva, in questo mio vivere
schivo della folla, non ha più spazio
il tempo, accarezzo andando
la scorza antica di un ulivo,
il ramo arcuato di una quercia,
il fiore nato in una crepa.
E sciogliendo alla mente l’ombre
e all’anima i confini, sento piena
la vita nell’ebbrezza di un momento,
nel vento una carezza, e nello stormire
tenue delle foglie, nel flettersi dell’erba
e degli steli, il dolore scivolare dalle mani,
svanire nell’azzurro ogni soffrire.
Leggère le mie parole
Leggère le mie parole nella sera,
scivolano dai rami storti degli ulivi
nell’erba umida di voci, rimbalzano
sui sassi dove si annidano le lucertole
al morire delle estati, sciogliendo
dalle ore del mattino le braci di pensieri
inceneriti, gli sguardi storpi lungo i margini
del tempo e, come pecore all’ovile,
addormentano le sagome incerte dei gesti
disseminati nel perimetro del giorno.
Leggère le mie parole nella sera,
distillano il tormento offerto all’esistenza,
nel vento sfiatano l’eccesso di rumore
chiudendo pagine sgranate con pazienza
e al buio che tracima affidano la danza
di una cantilena lenta, in una sfocata
riga la trama di ogni pena.
Lo senti questo vento?
Lo senti questo vento? S’incaglia
tra le fronde aspettando che scenda
la notte per togliere la polvere
alle soglie, le foglie morte, i petali
appassiti alle rose. Per togliere
il tempo di prima, il rumore di prima.
Da questo silenzio, da questa marea ossuta,
traggo musiche che nessuno sente.
Non svegliarmi, lasciami in questo
perduto sogno che sia possibile
il rifiorire dell’anima, il candore dei giorni.
Lascia che mi si allarghino dentro
spazi disabitati. Li riempirò di sagome
di vento, di respiri d’acqua, di solchi di cielo.
Li riempirò di ciò che non è mai accaduto.
