Il 18 aprile, presso la Biblioteca Civica di Verona, si è
tenuta la cerimonia di premiazione della XXXIX edizione del Premio Lorenzo
Montano. La gioia di esserci e l'incontro con amici ritrovati hanno in parte
mitigato la tanta stanchezza di un viaggio iniziato nel cuore fondo della
notte.
Sotto il profilo poetico, sono cresciuta nel mito di questo
Premio, una delle realtà più autorevoli del panorama nazionale, definita da una
serietà e una competenza fuori discussione. Le menzioni e le segnalazioni
ottenute negli anni — maturate tra l’incertezza del lavoro sui testi e l’attesa
del verdetto — hanno scandito il mio percorso, prefigurando traguardi più
ambiziosi.
Ritrovarmi oggi finalista nella sezione "Poesia singola
inedita" non è solo una gioia profonda, ma lo stimolo a rimettermi in
gioco in un agone che ha ormai assunto i colori della stima reciproca.
Con cuore grato e amico
MOTIVAZIONE DELLA GIURIA
Nell’allegoria dell’inverno, Angela Caccia descrive il male
di vivere come un sentire intimo, emotivo, dissonante e distonico, propenso
alla resa. Ben consapevole dello slancio vitale della specie, che per natura
tende alla lotta, alla sfida, a quei “sogni dall’alto che ci sorvegliano”, con
questa spossatezza la poeta allude a uno sguardo generazionale, o forse a
un’epoca intera, la nostra. Caccia tuttavia ci dice che in quella resa, in quel
disfarsi delle cose, non più frontali, ma partecipi anche loro alla sconfitta,
le cose nostre sorelle, l’anima languisce, stemprando il dramma in elegia. Come
nella poesia incipitaria del Canzoniere petrarchesco, la chiusa universalizza
l’assunto che la caduta, lenta e inesorabile, appartiene a tutti gli esseri,
trasformando così la contingenza in destino meno doloroso.







