giovedì 1 novembre 2018

Terre d'acqua di Donatella Nardin




Una piccola preziosa pinacoteca.
La polpa di una poesia - locuzione, a dir poco, barbara, per cui intenderei materia ed essenza insieme- sta nella capacità del suo autore di far balzare, agli occhi del lettore, immagini dal proprio blocco di fuliggine. Lo stupore -tanto e tale- di fronte quei pastelli, riceve e accoglie come un intero sentimento più che un'emozione – forse, molto vicino al sentimento creativo che ha animato il poeta. E non sono solo gli occhi a trarre piacere: l'udito simula in sé quello schioccare di tendini, il tatto tocca la foglia di velluto sulla pelle (pag.21), anche l’olfatto riceve doni (da pag.38)

Sparge per tutte le stanze
Le sue primavere:
primule nell’angolo oscuro
dell’occhio, i profumi dei prati
appena falciati agli specchi 

È una festa dei sensi! Ma l’abilità di Donatella Nardin sta in questo sapiente altalenare tra l’immanente -il terroso che intride il reale, un presente su cui gravita la ruggine del quotidiano- e ciò che è appena poco più in là: non è necessario tracciare una linea di confine, basta lanciare il cuore oltre sé stessi. Un procedere, il suo, che ricorda l’arte di Lucio Fontana: a chi curiosasse sul significato di quei tagli sulla tela, rispondeva che erano feritoie, squarci sull'infinito. Da pag. 51

UNA NUVOLA
Una nuvola in bilico sulla grondaia
da sotto ilo ciuffo argentato
fomenta la danza del possibile
per versare nel buio dei miei occhi
la sua bonomia.
Dove smarrivo trabocca il blu
dalle dita. Quanto più le sono,
ha uno sguardo sapiente
la nuvola bella, come di celeste
creatura dallo spirito sorta,
all'anima tornata a suggerire
parole incolumi al tempo,
un segreto ora, una follia.

E questa mia malattia
come una lucida pietra,
una soave ironia

Ciò che ho apprezzato, oltre al verso elegante e succoso, è un insito senso di leggerezza: la nostalgia, il ricordo greve, il rimpianto, il trascorrere del tempo – tutti temi che intrigano al verso ma da maneggiare con cura per non affastellare nubi- sono vissuti come qualcosa, si, di inesorabile, ma non vincono, se abbiamo – non so se chiamarla astuzia o amore – la tensione, comunque, ad accompagnarli senza opporci a loro: è quella mancanza di attrito che sfocia poi -e prima o poi- in uno strano senso di felicità di leopardiana memoria (leggasi L’Infinito). Da pag. 63

 BELTÀ DEI GELI

Beltà dei geli e delle invernali figure:
a passi brinati, leggeri si muore
il pomeriggio invernale
verso tramonti sempre più corti
punteggiati da un’insanabile
inanità.
Pungenti torpori in un idillio di nevi:
ci si versa del vino in ruvidi
bicchieri da osteria per trovare
nell'evidenza del tremore
un po’ di calore.
Scivola sulle labbra screpolate
del vento un profumo intenso
quasi ostinato di viole

in lode muta vi è rimasta incisa
la memoria assolata del fiore

In una nota iniziale, la Nardin dedica il libro ad una terra a dir poco mirifica -Venezia e il suo hinterland-, motivo di ispirazione, oggetto di un indicibile innamoramento che (la) spinge a conoscere frugare e poi sfavillarlo al mondo intero quel suo amare. A me piace pensare che ci abbia parlato di un territorio più vasto e poroso, più generoso e seminale, che ha il bene di fiorire naturalmente poesia: l’anima. Da pag. 47

L’ESTATE LENTA

Strofina l’azzurro sulla pelle l’estate
lenta: dai piedi nudi della mia terra
escono rondini alle verdi radici
e due ombre con il mio stesso
volto -quello di ieri, quello di oggi-
nell’ombra il passato è presente
ma scivola via veloce il tempo
dalle sue ritrosie.

Preso non potremo più correre
Nell’aureo lucore delle sue sponde,
dalla memoria dei luoghi presto
non potremo più suggere calda
la vita, dimorarci in essa se tutto
passa smarrendo i suoi mari
i suoi venti lasciando la triste dolenza

di chi nel fuoco dell’estate come
in un rogo di farfalle si smarrisce.