Nella mia breve introduzione al libro vincitore di questa
edizione del Giugno Locrese ho azzardato un’ipotesi: «Chi ama la poesia, sia
come autore che come fruitore, compie una scelta ontologica su come stare al
mondo, accettando di essere manutenuto dalla dimensione poetica».
Ma in cosa consiste, di fatto, tale manutenzione?
La poesia esercita una rettifica dello sguardo. Disarticola
la visione convenzionale — quella che si consuma rapida perché consunta ormai dall'abitudine
— per instaurare un’ottica lenticolare che sosta, assorta e rapita, sulle cose,
presagendo in esse una stratificazione di significati che eccede il palese. È
un porsi in ascolto che non si limita a osservare, ma risponde a un richiamo:
quello di oggetti, fenomeni e ricordi che esigono un’indagine più profonda. Per
Milo De Angelis, dopotutto, il verso nasce da “un incontro”.
Pertanto, la poesia che rispetta questa vocazione non può mai
ridursi al «già detto»: ogni autore filtra il mondo attraverso la propria
soggettività, impastando l’esperienza con quel peculiare, rallentato modo di
abitare il reale. Né credo che la scrittura poetica sia l’esito di un «Io»
pienamente cosciente; se così fosse, il processo si ridurrebbe a una semplice
operazione estetica, priva di quell’irruzione dell'altro che è il battito
stesso del verso. Il testo porta sempre, riaffiorato dalle stanze
dell'inconscio e sovrapposto a quello di chi scrive, il volto di un’alterità.
All’autore spetta il compito di alimentare questo processo
operando una sottrazione: scrollare il superfluo a favore di un essenziale in
cui ogni parola risulti necessaria e insostituibile. È su questa soglia che
l'atto si compie. L’atmosfera che trasfondo sulla pagina è la misura della mia
porosità: il grado di apertura con cui lascio che “ciò che mi chiama” possa,
infine, abitarmi.
I premi letterari servono a riconoscere e proteggere quel
presidio di resistenza. In un tempo che corre consumando visioni rapide, un
premio come il Giugno Locrese diventa uno spazio politico e antropologico in
cui ci si ferma a celebrare la manutenzione del mondo.
E che questo premio sia un’istituzione culturale longeva e un
presidio di resistenza intellettuale nel panorama nazionale, è inconfutabile.
Ma questa definizione, per quanto nitida, resta una formula astratta che non
trattiene i propositi e gli affanni che animano davvero l'evento.
Non dice, ad esempio, che questo premio somiglia alla luna
quando si riflette intatta nel nostro mare notturno: porta in sé le stimmate e
la grandezza dell’intera Calabria. Nato in un territorio di profonda storia
magnogreca, troppo spesso ridotto a narrazioni stereotipate, ha saputo
scardinare ogni cliché, riaffermando la Locride come culla millenaria di
pensiero e di arte.
Né racconta che, dietro la sua continuità, si muove un
impegno civile ostinato e coriaceo, che si consuma lontano dai riflettori,
senza piegarsi alle mode o alle derive logistiche. L’eccellenza delle opere
premiate non è un elenco da bacheca, ma il frutto di una ricerca indipendente e
rigorosa, condotta da una giuria di professionisti non solo autorevoli, ma
visceralmente appassionati. Sono gli amanti di cui parlava Federico García
Lorca: «La poesia non cerca seguaci, vuole amanti».
Quanto sia profonda quella passione lo testimonia l’affetto
che si respira in ogni edizione. Penso a quell’abbraccio sincero ricevuto dai
giurati: un calore che non andava semplicemente a me come autore, ma alla
familiarità autentica che ci ha raccolti dentro un unico verso. Per un poeta è
l'abbraccio che più conta, perché si stringe in un perimetro di carne e sangue,
prima ancora che di intelletto.
Fermarsi alla definizione formale di “istituzione” significa
ignorare il cuore pulsante del Giugno Locrese, di cui l’Assessore alla cultura
Domenica Bumbaca rappresenta un ventricolo vitale. Questo premio, con tutta la
macchina umana che lo sostiene, difende un avamposto di civiltà e di valori,
restituendo il profilo autentico e nitido della nostra terra. Il più fiero.
