venerdì 12 ottobre 2012

Davanti la TV “come d’autunno, sugli alberi, le foglie”…



C’era una volta un dopo cena diverso. Soprattutto in estate.

La sera bastava che due o tre persone si sedessero di fronte la propria porta di casa, che subito si avvicinavano le dirimpettaie poi la comare infine i marmocchi. I bimbi erano già bizzosi di sonno, mentre i più grandicelli - io tra questi - valutavano il posto migliore dove poter carpire almeno i bisbigli di quei discorsi, genericamente catalogati come “cose da grandi”. Che sapore avevano quelle sere, di manto finissimo… si intrecciavano profumi - e lezzi - così familiari da poter dare ad ognuno un nome e un cognome. La penombra era la magia che uniformava tutto dove tutti erano indistinte sagome che solo una voce diversificava.

In quel piccolo perimetro umano la forma di comunicazione più sana che io abbia mai conosciuto. Si parlava delle vicissitudini proprie o altrui. Tra scatti di rabbia, risate o momenti di commozione, ognuno partecipava sé agli altri. Certo, capitava la pettegola, ma sgamata alla prima insinuazione veniva ammonita dai più con un silenzio eloquente. Era una sorta di gossip che, a differenza di oggi, non guardava dal buco della serratura, ma additava per compartecipare sé all’altro, nella convinzione che si cresce insieme perchè tutti sotto lo stesso cielo.

Erano i componenti di un’ amalgama chiamata rione: un preciso taglio umano che nasce, cresce e attecchisce dall’aver patito insieme nello stesso arco di tempo, la fame, la povertà, i lutti, l’emigrazione; i sopravvissuti ad una sorta di dolore e di gioia perfetti che non rende consanguinei, eppure crea legami di sangue e carne

(… non mi va di atterrare per approntare la chiusa).

f.to Io