Su La Valigia del Meridionale e altri viaggi
Di Vincenzo D’Alessio, FaraEditore, 2012
“Chi nasce nel sud è depositario di un eredità: può rivendicarla o rinnegarla, può andarne fiero o vergognarsene, ma mai potrà sfuggirle” Jean Rouberol.
Anche volendo, mi chiedo come sarebbe possibile sfuggirle.
Il sé si impasta sempre della realtà contingente e l’oggi, poi, consente di coglierla, tra ricordo e immaginazione, altalenando nelle tre dimensioni temporali.
È il paradigma poetico di D’Alessio. Il suo presente ha il luccichio di una finestra lontana, ora chiusa sul tramonto “Mio nonno amava il grande cielo/di questi monti i boschi senza fine/poi è morto senza avere pretese/e mio zio ha comprato il sogno” (pag.18), ora schiusa all’ alba “Siamo fili di speranza lieve/che si apre al mondo clandestina” (pag.40).
Un fiume carsico quella nostalgia, sullo sfondo di ogni verso, nella pausa di ogni virgola. Rispecchia appieno l’origine del suo nome: nostos ritorno e algos dolore, il neologismo appare nella discussione di una laurea in medicina tenutasi a Basilea nel 1688, “Dissertazio medica de nostalghia”. Una patologia comune al mercenari svizzeri, pare. Lontani da casa, ‘s’ammalavano’ al solo suono di una campana che evocava i campanacci al collo di mucche al pascolo su una terra così pianta e così amata. Solo dopo si capì di quanto slancio creativo fosse capace quel sentimento, di quanta e quale dolcezza è foriera in D’Alessio. Una nenia e un inno: il meridione non è solo radice “Canto meridionale dove sei?/bussi alle porte antiche delle/case, scendi le scale ripide/che vanno verso il mare/svegli i miti/nel verde dei lecci,/sopra sassi puri/reggi le armonie dei cieli” (pag.53), è marchio, essenza, modus vivendi “Le donne di Calvanico/hanno il passo sincero/della gente di montagna/il silenzio nella bocca/la dolcezza nel cuore” (pag.31).
