Rosa Elisa Giangoia, una roccia della
letteratura italiana contemporanea; una casa e un paese, per quanti, come me,
trovano in lei un indiscusso punto di riferimento.
La poesia
d’apertura (Incipit) di questa nuova silloge della poetessa calabrese
Angela Caccia si imprime subito con rilievo nella nostra mente, fin dalla prima
lettura, per quel suo incisivo tono riflessivo e sapienziale, che dimostra
l’impegno dell’autrice a ricercare e a comunicare agli altri, attraverso
l’efficacia della parola poetica, il senso della vita: un senso imperniato
sulla dialettica tra la salvezza, garantita dalla Resurrezione, e la nostra
umana debolezza, che ci fa facilmente cadere nel tradimento, come quello di
Pietro, scandito dal canto del gallo. Correlativo oggettivo di questa tensione
(alla maniera di Eliot e Montale) diventa il “fruscio feroce di
ulivi ignari”, voce della natura, stravolta dall’incapacità di comprendere il
senso che misteriosamente pervade l’arco della nostra esistenza, dal nascere
“nella penombra di una grotta”, come “una scintilla”, fino al morire che
diventa l’”incipit di un’altra storia”, affermato con fiducia dalla poetessa.
Tensione dialettica ripresa in Giardino, con forza nel verso
“Storia perenne amare – tradire”, in una lirica che si conclude nella
luce della speranza.
