lunedì 22 febbraio 2016

Le bambine di Carroll di Bonifacio Vincenzi



Le bambine di Carroll di Bonifacio Vincenzi


Nel titolo, così nell’esergo, la chiave di lettura dell’intera silloge, un sapore di pelle vissuta, una sorta di vademecum, mementi che fanno da argine e cammino. Un contenitore, la vita. Poco importa se sarà piccolo o grande, il suo spessore non lo dà il tempo -che, di sua natura, può solo indicare quantità, non qualità- ma l’afflato nell’attimo, la passione a vivere. Il contenuto è comune a tutti: meraviglie e orrori, torpori letargici e dinamismi improvvisi, logoranti inquietudini e dolcezze inattese -poi, isole felici. Ognuno è Alice: quale la strada?... dove andare? Il Nostro ha già un percorso alle spalle e, di quello, una lettura (Nessuno sceglie la salita pag.13)

Nessuno sceglie la salita
un’ammirabile terribile forza
spinge verso la discesa

Siamo la corsa che ci rende
ciechi
il viaggio infinito e mai goduto

Parlami di me stesso
raccontami dei sogni
lo chiedo a te che sei me

Mio purissimo impostore
creatore del già creato, dimmi
chi distingue più
il durevole dal passeggero

Chi raggiunge più
il distacco con la calma

nessuno sceglie la salita
nessuno ama più la vita

Quanti rimandi in questa lirica, un bijou di ontologia. Su tutti, Martin Buber: distingueva le epoche della casa in cui l’uomo si sente a casa propria nel mondo, perché chiari i suoi riferimenti religiosi, sociali, cosmici e politici (forse, “il durevole” di cui parla il poeta); e le epoche di crisi - che Buber chiama senza casa-  nel corso delle quali l’uomo perde ogni riferimento.

Accelerare è, oggi, la prima parola d’ordine, sondare velocemente -immagini più che parole- accatastare il necessario e, per il resto, passare oltre; scotomizzare, la seconda: non rimanga nulla di troppo pesante nella memoria, non la fatica non il dolore, si tenga pulito questo nostro cielo così illusivo -astratto da ogni realtà. (Il sole del presente pag. 19)

Ogni tipo di emozione
odio compreso
passa nell’alternarsi
di legami e rotture
di dolcezze e violenze
di fiducia e disperazione

Di istante in istante
ognuno crea la sua realtà
se ne fa scudo
garantisce
nella sua piccola isola
solitudini e silenzi

Per soffrire si toglie
senso alle parole
nessun canto struggente
nessuna aura avvolgente

ma specchi rotti
in cui ripassano pezzi
di ricordi che oscurano
il sole del presente


A tratti il verso -secco e sempre essenziale- è un distillato di rabbia, poesie dolenti sotto il peso granitico del disincanto – dietro, quasi un timore: arenarsi in un’illusione (Un pugno chiuso pag. 16)

Chiusi nello stesso cerchio
oppressi
nessuno nemmeno Dio
può farci qualcosa

Un pugno chiuso
un cielo e un mare di carta
ognuno ha il suo sole
e la sua luna, la propria alba

Ognuno ha il suo tramonto, ciascuno
l’addio ai ricordi ai sogni
un Cristo pentito torna ogni notte
sulla terra, e grida

Il male di vivere è connaturato all’umano, pare ribadire Vincenzi, ognuno lo metabolizza come può -come sa- sempre alla ricerca di quella maglia rotta. Nessun albero può crescere fino al paradiso se le sue radici non scendono fino all’inferno, Jung non mostra altre alternative, e il Nostro (si) scandaglia -nell’attimo e nel suo spazio- per una feritoia verso un qualunque paradiso (Le due metà del mondo pag. 31)

Essere sempre ciò che si è
sarebbe bello certo
rivalutare
imperfezioni e difetti
stare dalla parte buona

Comprendere
che la metà
del mondo disarmonico
dona fascino, calore
alla metà più bella

Ma vi sono strane verità
nel loro guscio, aspettano
secoli per essere aperte
da un inatteso, piacevole
raggio di luce
  

Sarà vero?... sarà così anche per me?... e ti accorgi che il libro ti ha preso: quel parlare sottile e soffuso -tra sé e sé- sguscia nel tuo piccolo contenitore di afflati -e tu stai lì, a fare due conti.