domenica 3 febbraio 2013

La vita è fatta a scale



L’iris ha petali dai contorni slabbrati, la base carnosa e uno stelo spesso. Così anche Iris. Tentava di affilare le gambe a salsicciotto indossando altissimi tacchi a spillo. Quel profumo di eleganza, che portava dentro e fuori di sé, colorava, per l’attimo che durava la fragranza, i corridoi del Tribunale.

Entrò in cancelleria spalancando, al solito, in modo maldestro la porta. Salutò e non attese risposta né ricambiò sguardi: li sapeva tutti ammaliati dalla sua figura.

Intravide il nuovo giudice, stava rovistando tra fascicoli. Le parve un viso conosciuto. “Piacere…”  tese baldanzosa la mano e, in sincronia, la sua arma: il sorriso. L’uomo la guardò appena le strinse la mano bofonchiò qualcosa  poi si allontanò. Iris strabuzzò gli occhi.

Decise di dargli un’altra opportunità e si sedette di fronte lui sfogliando un brogliaccio. Poi, con un gesto lento, allontanò i capelli che le inondavano la fronte e scoprì gli occhi – un tuffo in loro e si rimaneva naufraghi. Grandi, azzurri, striati di viola, puntarono il giudice e lui a sua volta la guardò, pacifico.

Eppure lo conosco, pensava. Lasciò perdere quel rovello, doveva correre in udienza e non c’era impiegato, funzionario o commesso nei paraggi, che si caricasse, per lei, i suoi faldoni. Coi fascicoli su un braccio si avviò per le scale. La penombra di un cielo uggioso, la ricerca di quel volto tra i ricordi, dimenticò gli ultimi scalini.

Il nuovo giudice accorse tra i primi, scese verso di lei che veniva soccorsa dai più lesti e devoti, ma …  passò oltre.

È Alberto!...- in un filo di voce. Calabrese di nascita, era stato praticante nello studio dei suoi. Lei era solito chiamarlo “l’omino”.