giovedì 3 gennaio 2013

Ricordi di un turistafaidate



E’ un luglio irragionevole: 28 gradi alle sette del mattino. Fortuna che troveremo l’aria climatizzata in autobus, lo attendiamo in 40, tutti turisti in formato comitiva di sconosciuti in vacanza. Tra noi si abbozzano sorrisi per familiarizzare da subito: il viaggio in Grecia durerà una settimana, un tempo troppo breve per una buona amalgama. Si aggiungono, da lì a poco, una serie di aggravanti: il condizionatore, lungo la strada, si rompe, malori improvvisi per il forte caldo, le cabine, prenotate sulla nave che ci trasborderà, risulteranno occupate.

A Patrasso, la mattina dopo, due occhi affossati e uno sguardo che anche il Lombroso definirebbe assassino, ci raccontano. La nostra guida è un omaccione dal ventre così prominente che è consigliabile evitare la traiettoria dei bottoni della sua camicia. Anche il viso è esagerato, ogni movimento repentino della testa lascia dondolante la pappagorgia. La figura, istintivamente simpatica, tradisce uno sguardo e un fare a limite dell’insolenza. Ha, da subito, tutta la nostra antipatia. Il poverino diventa un ottimo elemento d’aggregazione: la comitiva è fatta ! 

Pernottiamo a Micene. Zaffate e lontani belati accentuano la tonalità bucolica del paesaggio: quattro case sparute, le due più grandi sono adibite ad alberghi. La prima impressione è che la luce elettrica sia appena arrivata, ma nulla scalfisce ormai l’animo vacanziero della comitiva. In compenso la cena è squisita, almeno fino a quando non veniamo a sapere di aver mangiato carne di capra. 

Va molto meglio nei giorni dopo. Se l’alba, coi suoi rumori fragili e quel profumo ancora umido d’aurora, confonde questa terra con le nostre campagne calabrotte, il sole fa la differenza: qui si adagia come una coltre sulle cose e le colora di una luce morbida. L’acropoli è uno spettacolo, meno intrigante, però, dei vicoletti, forieri di tanta napoletanità grecula e dei più disparati lezzi che precipitano da ogni dove sul povero turista.

Arriva il giorno fatidico, il vero motivo di quel viaggio: 14 luglio 2004, una judoka crotonese gareggerà alle olimpiadi che si stanno svolgendo ad Atene. Raggiungiamo lo stadio, una torre di Babele dove il tifo, che ci arroventa tutti, sbiadisce le nazionalità. Avevamo ben pianificato gli slogan da scandire. Pensavamo che bastassero striscioni e un’ugola da caramella vidal per assolvere il nostro dovere di fan, invece un gruppo nutrito di coreani, accanto a noi, ci mette in crisi. Sono guidati da un capo stranamente agghindato che danza su un solo mattone e dirige il coro che, quando attacca, è una voce sola, maestosa, dominante.

Intanto allunghiamo gli sguardi alla ricerca della nostra atleta, Pina. Eccola ! si sta scaldando. Al diavolo la scaletta “ Pi-na, Pi-na, Pi-na”. Inizia l’incontro: la sua avversaria è una cinese, “ Pi-na, Pi-na”; il combattimento si fa sempre più duro, ma la tenacia non la molla e noi con lei, “Pi-na, Pi-na”. Ad un tratto il tifo pare raddoppiarsi, quadruplicarsi, è un boato: i coreani si sono uniti a 40 cuori sospesi alla loro “Pi-na, Pi-na, Pi-na”. Il resto, purtroppo, è storia: Pina è sconfitta.

Raggiungiamo silenziosi l’uscita. La delusione gocciola ma nessuno vuole ostentarla: evitiamo di guardarci tra noi. Ma il gruppo, invece di compattarsi, si va stranamente affinando, e il coro, all’interno del palazzetto, è sempre più acuto: i nostri ragazzi – gli adolescenti della comitiva - si sono uniti ai coreani e insieme sostengono il loro atleta. E’ consolante quella lettura “altra” dello sport. La solidarietà ha un respiro largo. In alcuni, poi, si fa subito circolazione sanguigna: 

qui è la terra mia...

Realtà ruvida e greve
chiusa in un memoriale antico, dove il
pianto e un sorriso si fanno ancora
pane spezzato insieme
nel vino dello stesso grappolo.

È la chiusa di una mia poesia, il titolo è “Gente mia”.