domenica 4 novembre 2012

Lettera a Francesco Grisi


Caro Francesco,
mi consenta questa piccola confidenza ed io le assicuro, sin da ora, che quel “caro” non è convenzione.
Lei è ormai un colore di Calabria. Ma qui da noi, è anche sapore di buono, come l’odore del nostro pane che sigilla e suggella questo paese alla sua terra. Un filamento delle nostre radici: se oggi sono foglia è perché ieri qualcuno ha piantato un seme anche per me. Ed è a quel seme - che io non conosco, che io non ricordo - a quel seme, polvere comunque della mia storia, che io mi rivolgo col mio …. “Caro Francesco”.
Ho letto e ascoltato molto di lei, e ho lasciato che, a briglie sciolte, le emozioni si impastassero ai ricordi. Una sensazione immediata – chissà, forse anche una chiave di lettura - è che lei, Francesco, non ha mai lasciato lo scalino di casa sua. L’amore per questa terra, così viscerale, è una pagina bianca ancora tutta da scrivere.
Come il vino ancora giovane che il contadino gusta facendo più volte schioccare la lingua, mentre un sapore aspro gli intride il palato, come un vino che promette bene, così mi piace pensare a Lei, giovane intellettuale.

Si sa, eccessi e stramberie sono prerogativa di gioventù. Eppure sono ancora in molti, in troppi, a ricordarla per il suo piglio bizzarro e istrionico - e non è detto che non fosse quella la sua vera indole!
Ma c’è una scorza che è d’obbligo oltrepassare quando s’incontra una personalità poliedrica come la sua. Una scorza abitata da solitudini letargiche e sconfinate ilarità, da silenzi e fragori, dalla vita minuta e da gesti epocali, una scorza oltre la quale ci si imbatte, alla fine, nell’uomo e nel suo taglio umano. Ecco ! Ho cercato orme che mi conducessero al suo taglio umano. E anche quegli occhi azzurri, così azzurri e così antichi hanno fecondato i miei pensieri.
TRATTO DA UN’INTERVISTA DI GIOVANNI ROSA A F.SCO GRISI

"Credo in Dio perché ho bisogno di perfezione nella mia disarmonia. E l'aiuto concreto che mi assicura la religiosità accompagna e accresce la pazienza del mio cuore. Mi auguro di non giudicare mai. Amo l'amicizia più dell'amore. Ma l'amore è l'alba che annunzia ogni giorno. Per me la morte è una nuova stagione. Chi muore continua a vivere. Non per il nostro ricordo ma in sé".


Caro Francesco,
mentre la leggo mi pare di ascoltarla. Siamo pervasi, nel quotidiano, di parole parlate, parole sospese ad alimentare retorica, banalità, mediocrità, parole che perdono il cuore di un significato per l’ usura e l ‘abuso che di queste se ne fa. Le sue … hanno il dono di essere ancora “parole parlanti”.
Nell’intervista ha dato le coordinate della sua fede. Mi ha ricordato i versi di un autore francese, Jean Debruynne “Dio, tu hai scelto di farti attendere tutto il tempo di un Avvento./Io non amo attendere. /Non amo attendere nelle file. /Non amo attendere prima di giudicare. / Non amo attendere il momento opportuno / Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante...». Francesco, lei aveva imparato a cristallizzarlo quell’istante per accrescere “la pazienza del cuore”.
Ma cos’è la pazienza del cuore ? Forse – … forse – un’opportunità, l’opportunità di ripiegarsi ad osservare se stessi e raccogliere, come un frutto che matura nel cigolio degli anni, la saggezza di non giudicare mai, di preferire l’universalità dell’amicizia ad un amore esclusivo, di apprezzare non tanto un nuovo giorno, ma le possibilità di riscatto grondanti in ogni giorno che si fa pagina indelebile nella storia dell’anima.

TRATTO DA “A FUTURA MEMORIA” di Francesco Grisi
“Giovanni pensa all’uliveto e al suo paese. Come in un sogno si vede sdoppiato. E’ un contino inseguirsi. C’è Giovanni rimasto nel paese e quest’altro che passeggia vicino il Tevere. E’ come in droga. Vede i suoi pensieri. E’ un fumetto. Legge “Devo ritornare all’ombra dell’uliveto. Lasciare gli evangelisti, il Tevere e Bernini. E andare a raccogliere olive al paese. Una fetta di pane nero, la gumbula e l’alba negli occhi. Il respiro di una benedizione che rimane sempre nell’aria di seta anche quando tua madre è morta. E diventare vecchi senza desideri. Come un albero di ulivo pieno di foglie. D’estate e d’inverno nel paese”.
Una sera. C’era una luna grande che dava ombra agli alberi. Era andato fuori paese con il padre e i fratelli. Aveva chiesto allora che cosa fosse un albero d’ulivo. Era piccolo. Il padre aveva risposto “Te lo dirò domani”. Tornarono a casa. La notte la trascorse faticosamente “Che cosa succederà domani ?” andava chiedendosi al buio. E il giorno dopo il padre lo portò al trappeto e prese un cucchiaio d’olio dal canale del torchio. Poi disse “Ecco: questa è l’oliva” Poi lo fece bere. E Giovanni giù, tutto d’un fiato. Disse che era buono.”

Grumo terroso della terra mia, spirito inquieto e robusto come solo questa terra sa germinare. Leggerti è stato, a tratti, come entrare in delle allucinazioni tanto la profondità del tuo pensiero si addensa nella mente del lettore. Ma nulla, più di queste pagine, ti restituisce a noi ancora vivo: in esse continua ad agitarsi un’anima che senza ritrosie svela un nervo scoperto: la tua nostalgia per le tue radici.

Nel brano letto è stato citato il ricordo piccolo, tenero, come solo l’occhio bambino sa cogliere: il gusto di una fetta di pane nero, il desiderio di andare a raccogliere olive nell’uliveto del paese, la gumbula traboccante di acqua gelida , e poi … l’alba negli occhi, un’alba di Calabria.
E’ qui che il tuo sentire diventa particolarmente mio, nostro, di chi e quanti hanno conosciuto l’alba del ritorno al paese. Un ritorno che restituisce ai profumi, ai sapori, ai suoni minuti e agli stridori che fanno ugualmente casa, ai muri screpolati, ai vicoli chiusi e ventosi, alle strade larghe, ai balconi in festa e a quelli muti, ad un Crocefisso e ad un miracolo taciuto. Un ritorno a tutto ciò che fa famiglia.
Ma quelli che hanno conosciuto l’alba del ritorno al paese, hanno poi patito anche quella della partenza, un’alba che taglia a freddo l’anima perché allontana da casa. La stessa casa che continua ad abitarci dentro.
Prendo commiato da te, Francesco. La stima, quando la supera l’affetto, in esso si scioglie e cancella ogni forma di soggezione: sei Maestro e sei padre che ospita in un solo abbraccio me e tutti noi, come tua legittima figliolanza.
Questo nostro meridione, al di là di chiare coordinate geografiche, non ha più un posto preciso: la meridionalità, anche grazie a te, si è ormai sparsa. E solo ora do corpo alla nostalgia, mia che non ti ho conosciuto, dei tanti che ti hanno amato e irrimediabilmente perso. L’immagine che balza dentro è quella di due amici che temporeggiano continuando a stringersi la mano, continuando a parlare, a parlare e ricordare, nel vano tentativo di rimandare … il momento del commiato.

“L’amore è essere due nello stesso istante” recita la chiusa di una tua poesia, e nello scriverti questa mia ha scintillato in me quell’istante:
Caro Francesco, ci hai raccolto nelle tue poesie e nei tuoi racconti, e tra pagine non scritte, parole non dette, hai magistralmente scolpito quella che è la nostra identità.

Con gratitudine infinita … Angela Caccia