martedì 2 ottobre 2012

Una lettera è la forma della nostra solitudine...

Carissimo,

spero apprezzerai il modo in cui prendo congedo da te. Una lettera è da sempre il miglior mezzo di comunicazione. Io le adoro, soprattutto quando mi portano, inalterato in un respiro, il pensiero di un grande.

Certo, la loro forza dipende molto dall’interlocutore al quale, chi scrive, si modula: è a lui, al destinatario, che il mittente si dosa, selezionando la parte di sé che intende concedere. Ma penso di non sbagliare quando dico che la lettera è, comunque, la forma della nostra solitudine, quella che fa da coperta all’io più nudo.

In questo tempo che ti ho dedicato ha gravato su di me sempre lo stesso bioritmo: mi svegliavo scrittore e andavo a dormire scrivano. Non riesco a capire quale percentuale tra i due prevalga e questo è, in soldoni, il motivo per cui, caro libello, ho deciso di appallottolarti e tumularti in un cestino.

Ho provato a salvarti.
Avevo un buon consiglio da usare per scandaglio: uno scritto è valido se, anche l’indomani, lo regge la forza della sua autenticità. Solo allora varrà la pena continuarlo e fino a quando il testo sarà rivelazione di una visione, intima e reale, a cui, chi scrive, è legato come da un patto di fedeltà.

Ma chi scrive, in fondo, ha solo sé come scandaglio, sé da proporre, in ricchezza e povertà. Non credo a quanti dicono di volersi sfrondare del personale e porgere in una versione universale.
Tra veli e disvelamenti si può offrire unicamente se stessi al lettore. A quello stesso lettore che ogni scrittore attende, paziente, ai margini del foglio, solo per dargli del tu.
Il dubbio di un’attesa vana ha scompaginato la mia visione e reso pesante la mia mano.

Caro Libello, è venuto Mario, gli ho parlato di te, dei miei dubbi sulla tua eventuale pubblicazione. Distogli lo sguardo dalla meta – mi ha detto - e fermarti a guardare il paesaggio.
 L’ho fatto e i miei occhi, vagolando, hanno cercato istintivamente il bello. Poi è stata subito voglia di venirtelo a raccontare.

Così ho ripreso a scriverti. Non ho più una meta. Il passo è meno motivato, più leggero e tocco il vento: porta ancora con sé ombre fugaci mentre annuso la pioggia che sta per venire.

f.to Io