martedì 16 ottobre 2012

La via del ritorno

Quando si congeda da te un libro, un film, anche una semplice citazione, a volte rimane come una densità. La assapori sentendo l’eco dei tuoi passi su un selciato, familiare eppure non consueto. Qualcosa o qualcuno ha spianato in te una via, sembra un ritorno.
 
Se ci sono film capaci di spostare l’attenzione dello spettatore dalle immagini a sè, Uomini di Dio è uno di questi. Te ne accorgi perché, d’un tratto, non sei tu a guardare il film ma è lui a guardarti dentro, a misurare la tua capacità di stare solo, solo dinanzi un progetto, una responsabilità, un impegno che non fanno parte della tua vita, come fosse un’aggiunta, ma ne sono parte e, quindi, essenza: credere in Dio.

Lunghi silenzi nel film favoriscono la via di quel ritorno, supportati, peraltro, da sequenze  molto eloquenti, che pesano e scavano: i volti di uomini, donne e bambini algerini, tutti provati. Comunque volti felici perché gente semplice, di una semplicità che solo la povertà può regalare, anzi, restituirci: nasciamo semplici, ricchi della sola povertà del nostro essere umani. Al regista, Xavier Beauvois, l’acutezza di non aver affidato un messaggio immenso a troppa parola, sarebbe risultata uno sterile balbettio.

E’ uno di quei film per i quali non è il racconto in sé a renderlo pregevole, quanto il paradigma che intimamente si dipana svelando, nei protagonisti - e in noi - un’antica fatica: la fatica del credere e la ri-conquista della Fede.
Otto monaci francesi abitano un monastero sperduto sulle montagne del Maghreb, e si ritrovano a fare i conti, ognuno per sé, con la propria ampiezza di fede, minata dalla paura per la violenza che dilaga intorno a loro e al villaggio di confessione mussulmana, nato e cresciuto all’ombra del monastero cristiano. La fede che non è supportata dalle opere può diventare esaltazione, e l’ora et labora benedettino fa zavorra e scongiura da sempre quel pericolo, ma nessuno sa quale ampiezza di fede, così molliccia nel nostro quotidiano operare, ci viene, all’improvviso, richiesta.

E’ quell’ampiezza che ogni monaco sonderà, recupererà, e motiverà il martirio: Dio è amore, e lo sa il buon credente e il peccatore convertito, ma Dio è soprattutto amore incondizionato, ecco perché in quell’amore confluisce anche il peccatore non convertito («Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» Romani 10,20). Lo sa bene Christian (Lambert Wilson), l’abate generale, che piange e prega sulla salma del terrorista, ucciso dai soldati di un governo corrotto per il quale il monaco, e tutto il monastero, sono già un nemico. Eppure la fedeltà a quell’amore che abbonda in Christian, non contagerà gli altri monaci che seguiranno strade diverse e tutte faticate per raggiungerla, come a confermare che ciò che paralizza e snatura è, molte volte, la paura, ancor peggio la paura della paura.

«Siamo come uccelli su un ramo …» così, uno dei monaci, giustifica la loro presenza precaria lì e la probabile fuga da quel territorio, troppo rovente per la permanenza in un monastero cristiano; «Gli uccelli siamo noi – obietta la donna algerina – il ramo voi: se ve ne andate dove ci poseremo?».
E i monaci decidono di rimanere. L’amore ha un solo volto: quello della responsabilità e della cura: C’è in ognuno la luce di una trasfigurazione incancellabile … Dovunque qualcosa di generoso si svincola dal nostro egoismo e si piega dolcemente sopra una pena e una miseria altrui, lì si innalza e continua il monte della Trasfigurazione (Don Primo Mazzolari).

Cos’altro è credere in Dio se non l’impegno, ora rinnegato, a volte fedele, di fondo tenace perché sa tornare fedele, a trasfigurarsi?

Cos’è il trasfigurarsi per un non credente, se non la capacità di sondare il proprio taglio umano, dove umano sta per colui che compassiona le infelicità del suo simile? …

f.to: Io